Qualche settimana fa un amico mi ha raccontato, con grande entusiasmo, di un investimento che avrebbe dovuto dare risultati importanti nel giro di pochi mesi.
Non conosceva bene lo strumento, non aveva approfondito i rischi e non sapeva spiegarmi su quali basi poggiasse quella previsione. Però ne parlavano tutti e il valore continuava a salire. Che cosa poteva andare storto?
Gli ho chiesto: «Se tra sei mesi il guadagno non fosse quello che immagini, che cosa faresti?».
«Probabilmente venderei. Prima che la situazione peggiori.»
Non aveva ancora investito, ma aveva già preparato l’uscita di emergenza.
La nostra conversazione è proseguita e, nel giro di pochi minuti, sono emerse tre convinzioni molto diffuse. «Se voglio guadagnare in poco tempo, devo puntare su qualcosa di più rischioso», mi ha detto. «E se i mercati scendono, vendo prima che sia troppo tardi. Altrimenti scelgo soltanto obbligazioni, così almeno sto tranquillo».
Tre frasi diverse, legate dallo stesso desiderio: ottenere certezze.
La prima inciampa su due parole: “in poco tempo”. Siamo abituati alla velocità, ordiniamo con un clic, riceviamo risposte in pochi secondi e ci spazientiamo se un video impiega troppo a caricarsi. Poi arrivano i mercati, che hanno il brutto vizio di non rispettare le nostre scadenze emotive.
Se un investimento sale subito, ci convinciamo di essere stati bravi. Se scende, pensiamo di avere sbagliato. Ma il risultato di qualche mese ci dice davvero se la scelta è valida oppure racconta soltanto ciò che sta accadendo in quel momento?
Investire richiede tempo non perché “prima o poi tutto sale”, affermazione che sarebbe ingenua, ma perché una strategia ha bisogno di un orizzonte coerente con il risultato che vogliamo raggiungere. Se cerchiamo una risposta immediata, spesso finiamo per osservare il dato sbagliato nel momento sbagliato.
La seconda convinzione emerge appena i mercati diventano nervosi: vendere prima di perdere tutto.
Sembra prudenza, ma qualche volta è paura vestita bene.
Vendere dopo una forte discesa non cancella quanto è accaduto e può trasformare una flessione temporanea in una perdita reale. Inoltre apre una domanda che, nella fretta di uscire, tendiamo a dimenticare: quando si rientra?
Quando le notizie sono ancora negative e la paura è alta? Oppure quando i mercati hanno già recuperato e tornano a sembrarci affidabili?
Questo non significa che vendere sia sempre sbagliato. Può essere necessario quando cambiano gli obiettivi o quando l’investimento non è più adeguato. Il punto è un altro: una decisione dovrebbe nascere dalla pianificazione, non dal titolo di giornale letto quella mattina.
Infine, il mio amico ha pronunciato la frase che spesso mette tutti d’accordo: «Allora scelgo soltanto obbligazioni, così almeno sto tranquillo».
Questa non è completamente sbagliata. Ed è proprio per questo che merita attenzione.
Le obbligazioni possono svolgere una funzione importante, ma non sono tutte uguali e non cancellano automaticamente il rischio. Durata, emittente e possibilità di avere bisogno del denaro prima della scadenza possono cambiare completamente la valutazione.
Soprattutto, uno strumento può apparire prudente ed essere poco adatto all’obiettivo. Se ho molti anni davanti e devo far crescere il capitale, cercare di eliminare ogni oscillazione potrebbe espormi a un rischio meno visibile: non disporre, domani, delle risorse necessarie.
La tranquillità non nasce dall’avere un solo tipo di investimento, ma dal sapere quale compito svolge ogni parte del patrimonio.
Guadagnare rapidamente, uscire appena qualcosa va storto, eliminare ogni rischio. Sono idee rassicuranti perché sembrano risolvere questioni complesse con una frase.
Prima di scegliere uno strumento, però, servono domande meno accattivanti e molto più utili: per quale obiettivo sto investendo, quando mi servirà questo denaro e quali oscillazioni posso sostenere?
Le risposte immediate attirano l’attenzione. Le domande giuste proteggono le decisioni.